11 agosto 2012

12 luglio 2012: una notte magica al Kobetamendi



Da alcuni anni si svolge in luglio – su una collina chiamata Kobetamendi che si trova sopra la città di Bilbao – un festival musicale della durata di tre giorni. La fortuna ha voluto che coincidessero le mie vacanze nei Paesi Baschi e il Festival di quest'anno... e ancora più importante che la prima serata suonassero i Cure.

Ero molto elettrizzata al pensiero di rivederli dal vivo esattamente dopo venti anni (dai tempi del Wish Tour) ma anche un po' preoccupata all'idea di poter assistere al tramonto di un mito. Dopo tanti anni mi sarei emozionata ancora? E loro, dopo tanti anni trascorsi sui palchi sarebbero ancora stati in grado di offrire uno spettacolo valido? Non nascondo che il timore di vedere la patetica esibizione di star finite abbia attraversato la mia mente, ma mi sono anche detta che questa sarebbe stata una delle ultime occasioni che avrei avuto per rivederli dal vivo... e io lo desideravo veramente e in un certo senso sentivo anche che non mi avrebbero delusa.


Evitato il pericolo di pioggia almeno per quella sera (segno positivo), ho rispolverato dall'armadio la mia mitica maglietta acquistata al concerto del Wish Tour a Torino nel 1992 e molto orgogliosa di essa, sono salita al Kobetamendi.

Erano anni che non andavo a un concerto degno di questo nome e non ero mai stata a un festival di più giorni. Come detto, la località era vicino alla città ma abbastanza isolata per permettere di suonare tutta la notte e vi era inoltre la possibilità di campeggiare per chi si fermava due o tre giorni. I concerti iniziavano alle 18, ed erano suddivisi su tre palchi ad orari scaglionati in modo tale che finito un concerto ci si spostava ad un altro palco dove ne iniziava un altro: questa per me è stata una buona opportunità di ascoltare gruppi che conoscevo poco o per niente.

L'ambiente in generale era molto piacevole. C'erano – come sempre in queste situazioni – quelli sversi dopo solo due ore, ma c'era davvero tanta, tantissima gente che era lì per la musica e tanti continuavano ad arrivare. La cosa bella era che c'erano persone di tutte le età e di tutti i tipi: dagli adolescenti ai sessantenni, fricchettoni, rockettari, vecchi dark, strambi e tranquilli... e soprattutto c'erano anche gruppi familiari proprio perchè l'offerta musicale era molto ampia. Mi sono sentita molto a mio agio e mi veniva da sorridere pensando che la maglietta che indossavo era più vecchia di molti ragazzi che erano lì per il concerto.

L'esibizione dei Cure era prevista per le 23 e in me la tensione saliva inesorabile. Prima di loro sullo stesso palco (dettaglio importante) suonavano gli Snow Patrol e prima che il prato si affollasse troppo ne ho approfittato per trovare una posizione centrale, non troppo distante dal palco, accanto a un “corridoio” di transenne che si è rivelata davvero ottima in quanto non avevo ostacoli visivi in direzione del palco.

Finito il concerto degli Snow Patrol - che mi hanno un po' delusa – c'era mezz'ora in cui freneticamente venivano cambiati gli strumenti e i vari allestimenti sul palco, ma all'orario previsto per i Cure l'attività lavorativa ferveva ancora. Passato il classico quarto d'ora accademico, o forse di più, la gente incomincia a spazientirsi, rumoreggiare e fischiare; ecco allora che sale sul palco Robert Smith ed in uno stentato spagnolo spiega che ci sono problemi tecnici e chiede di pazientare “dos minutos”.

Mi tranquillizzo vedendo che almeno i Cure ci sono, ed effettivamente i tecnici continuano ad armeggiare intorno alle tastiere che non ne vogliono sapere di funzionare: speriamo bene. Intanto i dos minutos passano e ne passano ancora parecchi altri, il pubblico è furibondo mentre io sono stressatissima e inizio a temere che il concerto salti; Robert sale di nuovo da solo sul palco e il gelo mi assale perchè penso che adesso annuncerà l'annullamento dell'esibizione.

E invece? Invece da grande uomo quale è prende la chitarra acustica, si avvicina al microfono e annuncia, in inglese questa volta: “mentre loro riparano io canto qualcosa per voi” e attacca con Three Imaginary Boys seguita da Fire in Cairo e per finire Boys Don't Cry.

Mi vengono i brividi solo a ripensarci. Ma quale altro cantante di un gruppo avrebbe fatto una cosa del genere?!? Metterci la faccia a questo modo, prendersi la responsabilità del problema e fare qualcosa per gratificare l'attesa del numeroso pubblico: questo si chiama avere rispetto per i propri fans e ricambiarne l'amore. Quindi la sfiga del problema tecnico si è trasformata nella fortuna di assistere ad un favoloso quanto irripetibile Robert “unplugged” che già da solo ripagava del prezzo del biglietto.

Come se non bastasse, terminati i tre brani da solo lasciava il palco dicendo che sarebbe andato a prendere il resto del gruppo e che quello era il motivo per cui “it's The Cure and not Robert Smith”. Ma come si fa a non adorarlo?!?

E così a mezzanotte, dopo questo meraviglioso regalo, è iniziato il vero e proprio concerto dei Cure e la gente è impazzita e tutti i miei timori si sono dissipati: lo spettacolo è stato fantastico, perfetto, pieno di energia e di grande comunicazione emotiva con il pubblico, il timido carisma di Robert catturava chiunque.

La musica mi ha rapita, toccata nel profondo del cuore e fatto vibrare l'anima come non mi accadeva da tempo; vedevo benissimo il palco e sebbene ci fossero due maxischermi mi concentravo a guardare i musicisti veri e non la loro immagine per cercare di fissarli nel cuore; sebbene ci fosse calca ero tranquilla nel mio angolino e non mi agitavo, ero molto concentrata sulla musica e su tutte le sensazioni e vibrazioni che mi faceva provare.

Come sempre A Forest ha ipnotizzato il pubblico con le sue atmosfere surreali e quel potente giro di basso in chiusura che ti vibra nella pancia... a quell'ora su al Kobetamendi si era alzato un vento freddino, ma non era certo per quello che avevo i brividi.

Mentre tenevo il conto delle canzoni che avrei voluto sentire il concerto sembrava terminare, anche se era chiaro che sarebbero usciti ancora. Infatti rieccoli sul palco per il bis con un brano che non avrei osato sperare... e invece partono proprio gli accordi di The Same Deep Water As You che per me è uno di quei pezzi “da sdraiarsi per terra”, nel senso che ha una tale atmosfera ipnotica e magica che l'unica cosa da fare è lasciarsi andare, lasciarsi cadere per terra e farsi portare via dalla musica. Non mi sono sdraiata per terra in mezzo alla gente, comunque in quel momento mi sentivo profondamente felice e in armonia con tutto e anche se tanti pezzi non erano stati suonati poteva benissimo essere la fine del concerto, l'estasi era totale e quella frase finale della canzone “the very last thing before I go” poteva essere la degna conclusione.

Il concerto infatti finiva lì, ma dopo una breve pausa iniziava un secondo bis scatenato: 10 pezzi tra i più ballabili e cantabili tra cui le immancabili Close To Me e Friday I'm In Love ma anche l'inaspettata The Lovecats e il brano finale Boys Don't Cry a chiudere il cerchio che si era idealmente aperto con l'assolo iniziale e quindi le tre – dico tre – ore annunciate erano davvero trascorse; sembrava che il tempo fosse volato.

Non mi sentivo più le gambe quando ho iniziato a prendere la strada del ritorno, ma chi se ne importava: il cuore era traboccante di gioia e me la stavo assaporando pienamente. Ci sarebbe ancora stato da sentire il concerto dei Bloc Party e magari avrei potuto comprare il biglietto per i Radiohead il giorno dopo, ma ero “sazia” di musica ed emozioni, avevo bisogno di godermi bene quello che avevo appena vissuto, di interiorizzarlo.

Ho passato tutto il giorno seguente in uno stato di grazia, continuava a vibrare tutto dentro di me, era come se la musica suonasse ancora e io continuassi a rivedere e rivivere il film della notte precedente: la gioia era totale! A proposito di film: ho volutamente evitato di portare la macchina fotografica perchè non volevo distrarmi pensando a fare foto e filmati, volevo solo concentrarmi sul “sentire” con tutti i sensi e lasciar fluire la musica e le sensazioni. Ringrazio però chi i filmati li ha fatti e li ha caricati su You Tube, ogni volta che li guardo mi viene la pelle d'oca pensando di essere stata lì.

A mente fredda nei giorni seguenti ho ripensato ai timori che avevo avuto prima del concerto ma sapevo anche che dentro me una voce aveva sempre detto che i Cure non mi avrebbero potuto deludere. E infatti la voce del cuore aveva ragione. Sono stata fiera di averli seguiti per 25 anni (o forse più) ne è valsa la pena davvero, il mio amore è stato ampiamente ripagato e ci sarà sempre un posto per loro nel mio cuore.



Aggiungo una postilla per dire che ho letto un blog in cui l'autore raccontava la sua esperienza al concerto dei Cure a Roma, nello stesso mese di luglio, e concludeva dicendo “posso morire contento”.
Ecco! 



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(link-fai-da-te by Mira Queen)

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