L’altra sera guardavo una partita di calcio in TV e dato che,
purtroppo, non c’è più il pubblico negli stadi ho finito mio malgrado per
prestare attenzione al festival di banalità proferite dei commentatori. A dire
il vero, almeno una divertente e originale l’hanno detta e cioè che “il
portiere si rivolgeva ai compagni di squadra in lingua originale” (mentre
forse gli altri giocatori erano doppiati o avevano i sottotitoli, non ho visto
bene) poi, per il resto, è stato il solito ripetersi di spizzare la
palla, lanciarsi nello spazio, le imbucate, gli scarichi e le ripartenze.
Ma l’espressione ripetuta fino allo sfinimento (mio) riguardava la
lettura. Va bene, non cadiamo sempre nel solito luogo comune che i calciatori
siano ignoranti e che non sappiano dire due parole sensate, ma non facciamone
nemmeno dei letterati! E invece, a sentire questi due commentatori, è stato un
continuo leggere la palla, leggere la situazione, Tizo ha fatto
una buona lettura, Caio legge bene le intenzioni, il difensore ha
letto l’attaccante avversario…
Tutto ciò mi ha confusa e disorientata: finita la partita sono andata
in camera e ho iniziato a calciare e palleggiare i libri che avevo sul
comodino.
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