Come ormai ben sapete la mia famiglia è originaria della
Romagna, terra in cui i paesi portano nomi di santi e gli abitanti si sforzano
di trovare nomi originali al limite dell’incredibile (qualche esempio di persone che ho
conosciuto: Zelfa, Zaira, Moris, Airon, Nives, Hermes...). Anche se a ragion veduta
quelli strani sono i romagnoli, a me colpisce invece l’usanza di apporre nomi ricorrenti che vengono passati di generazione in generazione; mi
sembra un’abitudine dai risvolti poco pratici, almeno a giudicare dai casi che
vado a elencare.
Non so fare niente ma lo faccio con stile. Sono una sognatrice, artista dell'ozio creativo, rompiscatole per vocazione.
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26 marzo 2019
23 marzo 2016
La Famiglia Mirafiori e l’ora legale (o del perché è meglio avere l’orologio digitale)
Il divertente e un po’ surreale
episodio che sto per raccontare accadde tanti anni fa, eppure mi viene sempre
da ridere quando ci ripenso in momenti come questo, in cui ci si appresta al
passaggio all’ora legale.
Ai tempi, i ritmi mattutini di
casa Mira erano scanditi e organizzati dalla sveglia di mio padre che era il
più mattiniero, poi, prima di uscire svegliava mia madre e io che andavo a
scuola mi preparavo per ultima. Cosa andò storto quel lunedì mattina nel
rodato meccanismo familiare non lo so esattamente, la sostanza fu che eravamo tutti
in ritardo di un’ora e nessuno se ne accorse. Per quanto mi riguarda, ricordo
che controllavo l’ora, o meglio il rassicurante scorrere della lancetta dei
minuti – e sottolineo dei minuti - sul quadrante dell’orologio appeso in cucina,
procedendo con l’abituale lentezza nei preparativi.
La sera a cena ci fu il resoconto
delle rispettive giornate: la meno divertente fu quella di mia mamma che arrivò
al lavoro con un’ora di ritardo, ma siccome era sola, nessuno le disse nulla,
uscì un’ora dopo e fine della storia.
Mio papà dopo aver timbrato il
biglietto dell’autobus andò a protestare con l’autista perché secondo lui la
macchinetta obliteratrice non segnava l’ora giusta. Il conducente controllò
l’orologio da polso e confermò che, in effetti, era indietro di due minuti. Due
minuti? Non un’ora? Piano piano si fece strada in lui l’idea di aver preso una
cantonata, la sensazione fu avvalorata dall’insolito affollamento di studenti e
diventò certezza quando la bollatrice dello stabilimento confermò che aveva un ritardo
da giustificare.
Ovviamente la mattinata più
demenziale fu la mia, e ovviamente feci di tutto per peggiorare la situazione
ostinandomi a non vedere i segni che avrebbero dovuto farmi evitare di
trasformare un errore in una figura di merda.
14 ottobre 2014
Gli italiani e le lingue straniere
Bisogna ammettere che noi
italiani non siamo portati per parlare le lingue straniere, sarà perchè a
scuola non le studiamo come si deve oppure per una predisposizione genetica,
fatto sta che l'italiano-tipo quando va all'estero in vacanza non compie il
minimo sforzo, sicuro che tutti lo capiscano (e mi chiedo su cosa si basi questa
convinzione) e soprattutto che basti l'universale linguaggio dei gesti di cui è cultore ed artista.
Una mia prozia, emigrata in
Francia in tempo di guerra (ho il dubbio se la prima o la seconda) quando
andava a fare la spesa usciva dal negozio dicendo - in dialetto romagnolo
- che se volevano farsi pagare dovevano imparare l'italiano. Potrebbe essere un
caso limite, ma temo che le cose in fondo non siano cambiate molto: nonostante
la scuola, i canali satellitari e internet i nostri connazionali all'estero
riescono ad essere una fonte di spasso (e al contempo di imbarazzo).
- Aeroporto de l'Havana, Cuba. Alla domanda dell'impiegata al banco del check in “ventana o pasillo?” due ragazzi rispondevano con pesante accento partenopeo “vicino o' vetro” e per rafforzare il concetto mimavano un cerchio dicendo “o' vetro, l'obblò”. Io in coda dietro di loro mi ridevo dentro e tacevo per non far trapelare che ero italiana e che avevo capito la domanda. (bastarda!)
- All’imbarco del traghetto su un'isola greca una ragazza si ostina a chiedere informazioni in italiano all'impiegata che le parla in inglese... è evidente che l'una non capisca cosa dice l'altra. La ragazza italiana si gira verso di noi (ci eravamo traditi) e scocciata sbotta “ahò, continua a fà finta de nun capì!”
- Nel corso di una vacanza, un mio ex - gaffeur poliglotta - riuscì a dire strafalcioni in due lingue diverse. Per raccontare a un tizio francese che era già stato in quel posto due anni prima disse “deux ans fa” che non vuol dire nulla ma suona come “due bambini”... e che quindi non aveva nessun senso in quella frase. [ndt: il y a deux ans] Su questo si potrebbe anche sorvolare, ma quando tentò di parlare spagnolo fu esilarante: lui, piemontese, si mise a parlare in pseudonapoletano ad un negoziante spagnolo che lo guardava con occhi sgranati non capendo che accidenti dicesse e perchè i suoi amici si stessero rotolando a terra dalle risate. (le testuali parole pronunciate furono: “chillo piatto là”)
- Ristorante in Francia. Al tavolo accanto al mio l’italiano di turno dopo aver letto il menù ordina un’insalata “Nicosia” (intendendo cioè una salade niçoise), non ho visto cosa gli hanno servito, forse un’insalata... greca.
L’italiano-tipo in particolare
ce l’ha sempre con i francesi che reputa essere i cugini snob e supponenti che
fanno finta di non capirlo per fargli un dispetto; ovviamente non gli è mai
passato per la mente che forse davvero non capiscono l’italiano, così come lui
non parla il francese.
Visto che non voglio fare la parte della saputella racconto un mio episodio imbarazzante avvenuto in un aeroporto negli Stati Uniti. Come vi ho raccontato, per entrare negli USA si viene sottoposti a svariati ed estenuanti controlli di sicurezza e anche al check-in bisogna compilare tutta una serie di moduli e rispondere ad alcune domande apparentemente insensate. Quando l’impiegata mi chiese “did you pack yourself your luggage?” ( o qualcosa del genere) io intesi che volesse sapere se avessi "impacchettato" la valigia con quel cellophane che si trova in aeroporto e anche se non capivo bene perché le interessasse, risposi di no.
BIIIIP Risposta Errata!
L’impiegata visibilmente preoccupata ripeté un paio di volte la domanda poi, realizzando la mia buona fede, estrasse un librone con le domande per il controllo di sicurezza scritte in varie lingue, così finalmente intesi che voleva sapere se mi ero preparata io la valigia o se qualcun altro ci avesse messo le mani (introducendo ordigni a mia insaputa). Per un attimo fui tentata di rispondere che la mamma aveva smesso da un bel pezzo di prepararmi la borsa… ma poi pensai che i doganieri americani non sono noti per il loro senso dell’umorismo e risposi con un rassicurante e sorridente “certo!” e mi scusai ancora per aver frainteso la domanda.
L’impiegata visibilmente preoccupata ripeté un paio di volte la domanda poi, realizzando la mia buona fede, estrasse un librone con le domande per il controllo di sicurezza scritte in varie lingue, così finalmente intesi che voleva sapere se mi ero preparata io la valigia o se qualcun altro ci avesse messo le mani (introducendo ordigni a mia insaputa). Per un attimo fui tentata di rispondere che la mamma aveva smesso da un bel pezzo di prepararmi la borsa… ma poi pensai che i doganieri americani non sono noti per il loro senso dell’umorismo e risposi con un rassicurante e sorridente “certo!” e mi scusai ancora per aver frainteso la domanda.
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Leggi anche:
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Cuneesi al volante
Viaggio in Borneo
(link-fai-da-te by Mira Queen)
14 agosto 2014
I was happy in the haze of a drunken hour
Da ragazzi spesso si beve solo per
il gusto di esagerare, forse per mettersi alla prova o per vedere dove è il
limite e se lo si può superare; io non sono stata certo da meno e in certi
periodi non si contavano le serate in cui tornavo a casa “storta” accompagnata
da amici altrettanto piegati (non c'era consapevolezza e nemmeno lo spauracchio
della prova del palloncino) e al mattino la stanza girava ancora come la notte
prima.
Adesso che sono anagraficamente
adulta non sono certo diventata astemia ma sicuramente qualcosa è cambiato: ho
forse imparato a reggere l'alcool oppure so riconoscere il mio limite e
fermarmi prima di oltrepassarlo; probabilmente la casa dove vivo è più stabile
e al mattino le pareti della camera non girano più.
Come suggerisce il titolo – che è
l'incipit di una canzone degli Smiths - c'è chi dalle proprie sbronze ha saputo
trarre ispirazione per farne scaturire qualcosa di artistico, sia in campo
musicale sia in campo letterario (Baudelaire, Rimbaud, Bukowski, Welsh tanto
per nominare i primi che mi vengono in mente). Poi ci sono io che non so
suonare e forse non so nemmeno scrivere, che colleziono solo patetiche figure.
Le sbronze più clamorose risalgono
tutte al passato ma anche in tempi relativamente recenti qualcosa di divertente
c'è stato e vi racconto alcuni episodi in ordine sparso, quelli che ricordo,
così come li ricordo omettendo i momenti di alcolismo molesto vissuti con
Il Minotauro perchè le vicende che lo riguardano richiedono sempre capitoli a
parte
18 giugno 2014
Il Principe di Mirafiori
Dopo aver pubblicato un post ho chiesto ad alcuni amici di identificare chi fossero i personaggi di cui
parlavo. C'è chi ne ha indovinato almeno uno, chi non ha riconosciuto nemmeno
se stesso e chi ha pensato che si parlasse del Principe di Mirafiori, ciò mi ha
dato lo spunto per raccontare di lui e di come sia iniziata la nostra
relazione.
Come tutte le coppie romantiche abbiamo fotografato nella
mente l'istante del nostro primo incontro, solo che si tratta di due foto
scattate in momenti differenti. Sicuramente entrambi concordiamo sul fatto che
ci siamo conosciuti tramite un amico comune, ma mentre il primo ricordo che ho
di lui è una sera ad un concerto di non so chi e non so quando al Palasport di
Torino, il suo primo ricordo di me è più circostanziato e plausibile: una
serata alla birreria Bells and Flowers in cui lui rimase molto colpito da me,
per la precisione la frase esatta per definirmi fu “ma questa quanto beve?”.
Forse a causa di tutta la birra ingurgitata non ricordo bene quell'episodio, ma
che dire della serata del presunto concerto?
Fatto sta che sebbene avessimo amici comuni e ogni tanto ci
vedessimo in compagnia, ci ignorammo per diversi anni sino a quando scoprimmo
di essere tifosi della stessa squadra e questo ci fece diventare amici. Seguì
poi un periodo in cui tutte le settimane si andava a ballare (bei tempi) e
quando passava la canzone di Lenny Kravitz Are You Gonna Go My Way ci
chiedevamo reciprocamente: “ma tu ce l'hai questo disco?” e siccome
nessuno dei due l'aveva finimmo per comprarlo entrambi. Fu l'evidente segno di
avere qualcosa in comune, ma dovette passare ancora del tempo; galeotta fu una
serata noiosa in discoteca finita anzitempo in cui lui pronunciò la fatidica
frase: “vieni a bere qualcosa da me?”. E la sciagurata rispose... anzi,
e per lo sciagurato, lei rispose.
Quando ci chiedono come mi abbia conquistata io rispondo che è
perche lui “non mi cagava” (elegante espressione dello slang di
periferia torinese per significare che mi ignorava/faceva il prezioso e
l'indifferente), mentre lui dice “l'ho fatta bere” e aggiunge che da
allora non mi sono più tolta dalle palle. Ma sapeva bene che se avesse voluto tenermi alla
larga avrebbe dovuto invitarmi a lavorare, oppure a correre in salita, non a
bere!
E così adesso siete al corrente di come, con i nostri tempi, abbiamo
formato una bella coppia regale e sebbene lui provenisse da un altro quartiere
ha acquisito il titolo di Principe Consorte di Mirafiori così come si dice
nelle famiglie reali più blasonate della mia. Il termine “consorte” non va però
preso alla lettera e quindi non fate come molti nostri amici e conoscenti – che
evidentemente non amano farsi i fatti loro – i quali non perdono occasione per
chiederci quando ci sposeremo. A costoro potrei dire di leggere alcune
riflessioni generali sul matrimonio (anche qui) ma
la vera risposta è che è prematuro, abbiamo impiegato anni a capire di
piacerci e adesso dopo soli 15 anni di convivenza dobbiamo metterci fretta?
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Leggi anche:
Chiama l'idraulico
Tradimenti e social network
Avanzi di panettone
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(link-fai-da-te by Mira Queen)
23 dicembre 2013
Ricetta del Panettone Piatto Unico
A ben guardare qualcosa di buono
nel natale c’è: il panettone e il pandoro, che in altri periodi dell’anno non
si trovano. Sono ancora deliziata da un pandoro farcito con lo zabaione
fatto-in-casa che ho mangiato sabato sera e questo stato di estasi gastronomica
mi ha ricordato che ho una ricettina da condividere.
Prima però devo illustrare il
contesto in cui ebbe origine questo piatto che al giorno d’oggi si potrebbe
definire fusion.
29 aprile 2013
Giochi pericolosi (mio cuggino, mio cuggino)
Da bambini si fanno tanti giochi stupidi e a volte anche
pericolosi e io non facevo certo eccezione. Il peggio di me lo davo in estate,
quando andavo dai miei nonni che vivevano in campagna e questo per una bambina
cittadina forniva possibilità pressoché infinita di fare danni.
Quando avevo 7/8 anni capitò che fui lasciata
“incustodita” nelle vicinanze di un altrettanto incustodito vasetto di
ciliegine sotto spirito (o forse era la grappa casalinga di mio nonno?) e si sa
che una ciliegia tira l’altra… fatto sta che me ne feci fuori mezzo vasetto e
poi diedi di matto. Il primo ad accorgersi di me fu mio nonno che con la flemma
e il senso dell’umorismo che lo distinguevano andò dai miei genitori a dir loro
di “andare a riprendere la bambina perché stava inseguendo quella vecchia
(mia nonna) con un bastone”. Non ricordo bene, ma non credo che mi avessero
sgridata più di tanto… per cominciare la colpa era di chi aveva lasciato il
vasetto aperto, e poi mio nonno giustificava e difendeva sempre e comunque i
suoi nipoti.
E
a proposito, apro il capitolo dedicato ai cugini che vivevano lì in Romagna e
che vedevo solo in estate con i quali ne combinavamo di tutti i colori perché
in un certo senso avevamo un sacco di arretrato da recuperare.
6 ottobre 2011
Ricetta di famiglia
Sono stata invitata a
partecipare a uno scambio di ricette e ho pensato di condividere anche qui la
Ricetta di Famiglia della Piadina Romagnola (sì, perché la mia famiglia è
romagnola).
Si tratta di una ricetta
molto semplice e veloce da realizzare, gli ingredienti sono:
farina – acqua – sale –
bicarbonato (che fa da agente lievitante). Nella versione tradizionale si mette
lo strutto (che contribuisce a rendere la piada sfogliata), nella versione
moderna dietetica si mette l’olio di oliva e magari un po’ di latte.
Adesso voi mi chiederete le
dosi e qui arriva la Ricetta di Famiglia con tutte le sue varianti.
Secondo mia mamma: “si fa a
occhio, impasti e vedi come viene e se è il caso aggiungi acqua e farina”. Lei
è fedelmente seguace dell’antico proverbio “Vut aqua ch’an abia più fareina,
vut fareina ch’an abia più aqua” (vuoi acqua che non abbia più farina, vuoi
farina che non abbia più acqua) che significa che si deve continuare fino a
quando si raggiunge la consistenza giusta, per l’appunto.
Secondo mia zia che fa la
piadina quasi tutti i giorni e che ha lavorato in un ristorante ed è quindi
abituata a cucinare per tante persone, le dosi sono un po’ diverse: “si fa a
occhio e se impastando si vede che non basta se ne fa ancora”. Esperienza della
quotidianità.
Infine, secondo mia cugina
che rappresenta la ricetta di nuova generazione: “non si pesa la farina in base
ai commensali, si impasta e poi si vede”.
Io ero un po’ titubante, ma
ho seguito scrupolosamente queste istruzioni e mi sono trovata bene.
Dopo aver preparato
l’impasto si formano delle palline e con il matterello si spianano fino a
formare dei dischi del diametro e dello spessore desiderati: la piadina spessa
è quella contadina che ricorda i tempi in cui c’era poco companatico da mettere
insieme, mentre quella sottile da ‘impressione di voler mangiare di meno ma
alla fine è più farcita.
La cottura avviene su una
teglia ben calda e dura pochi minuti per lato, quando si formano delle
bollicine bisogna forarle con una forchetta e poi è il momento di girare e
cuocere dall’altra parte.
L’accompagnamento ideale
sono salumi, formaggi molli e l’imprescindibile insalata, ma in Romagna la
piadina si mangia con tutto, come il pane, comprese le polpette con il sugo in
cui pucciare.
Il gemello della piadina che
a Rimini si chiama “cassone” e a Ravenna “crescione” consiste in una piadina
che a crudo viene farcita e sigillata con una forchetta e quindi cotta. Il
ripieno secondo la ricetta tradizionale è di erbe di campagna preventivamente
sbollentate e condite, ma si può sperimentare qualunque tipo di ripieno… o
quasi.
Un’ultima importante
annotazione: la piadina si mangia rigorosamente con le mani! Al limite si
taglia in quadretti prima di farcirla.
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