Mi ero promessa che in questo
blog non avrei trattato gli argomenti calcio, politica e lavoro, ma devo venire
meno al mio proposito perché, nell’ultimo anno in particolare, nell’ufficio
dove lavoro si è verificata una serie di episodi quasi surreali che più volte
mi hanno fatto venire voglia di raccogliere il tutto in uno “stupidario”.
Devo però inquadrare gli episodi
nel loro contesto: lavoro all'archivio di una grande azienda e il mio ufficio funge da
raccordo e fornisce agli altri uffici consulenza archivistica, quindi
una buona fetta di attività consiste nel rispondere alle telefonate dei
colleghi in difficoltà.
La domanda ricorrente che viene
posta, così nuda e cruda come ve la scrivo, è : “perché non riesco a
protocollare?” e io a questo punto dovrei prendere la sfera di cristallo
per indovinare quale problema archivistico, informatico o mentale stia
impedendo al collega di svolgere il proprio lavoro e quindi accorrere in suo
aiuto.
Ma ci sono anche personaggi più
fantasiosi… ecco alcuni simpatici aneddoti. Scritto tra parentesi ciò che penso
ma che non esprimo ad alta voce.
Al mattino ho l’abitudine di svegliarmi con la radio
sintonizzata su una stazione che trasmette musica rock. Mentre mi preparo, in
sottofondo passano Led Zeppelin, David Bowie, Clash che mi fanno iniziare bene
la giornata; poi esco di casa per andare al lavoro, nella stazione della
metropolitana la filodiffusione trasmette Laura Pausini, Nek, Rihanna e simili… e mi rimangono in testa ad infastidirmi per tutta la mattinata!
In questo blog finora ho solo trattato la parte scherzosa dei miei viaggi facendomi beffe di alcune località visitate che non valevano la pena e non ho mai parlato seriamente dei posti che mi sono piaciuti. Questi ultimi sono davvero tanti, da ogni viaggio sono sempre tornata con un bagaglio di emozioni ed esperienze che mi hanno arricchita ed in sintesi posso dire di non essermi mai trovata male da nessuna parte. L’importante secondo me è viaggiare a mente aperta, senza pregiudizi, animati dal desiderio di conoscere qualcosa di nuovo e di diverso, ed è per questo che prediligo l’organizzazione in proprio e non quella dei tour operator che sarà anche comoda, ma è certo più impersonale.
Un viaggio che ricordo con particolare piacere è quello che portò il Principe e me nel Borneo Malese, ma non aspettatevi un resoconto dettagliato, a me annoia leggere quei diari zeppi di particolari spesso irrilevanti e per questo motivo mi limiterò ad una breve descrizione corredata dalle mie impressioni.
Ho trascorso una serata al karaoke, cosa per me abbastanza
inusuale dato che finora mi era capitato solo di andare nei pub karaoke, molto sui
generis, di Gran Canaria frequentati solitamente da turisti britannici. La
serata è stata divertente anche se non c’erano inglesi ubriachi a cantare; il
pubblico era composto prevalentemente da habitué molto esperti in musica
tendente al new melodico napoletano (!) e d’ora in poi non mi chiederò più a
chi interessa il Festival di Sanremo perché ho avuto la risposta. Ho constatato
inoltre che la mia conoscenza in fatto di musica italiana melodica è ancora più
scarsa di quanto credessi e, a parte qualche classico dei cantautori, ho ripetuto
per tutta la serata “ma io non l’ho mai sentita questa canzone”.
In generale mi piace cantare, lo trovo molto liberatorio, ma
un conto è farlo in casa o in privato con un gruppo di amici ubriaconi… e a tal
proposito un breve aneddoto.
A La Baronessa e me piacevano molto i Depeche
Mode, forse li avevamo visti in concerto da poco, non ricordo, fatto sta che in
quel periodo eravamo molto prese e anche convinte delle nostre doti
canore. Mettemmo una canzone in sottofondo e ci registrammo: lei interpretò la
parte di David Gahan e io quella di Martin Gore. Inutile dire che il risultato
fu qualcosa di pietoso e non mi riferisco certo alla qualità della
registrazione. Fine dei sogni di una carriera musicale.
Detto ciò, per la buona sorte dei presenti alla serata karaoke di cui
sopra non ho cantato, però dovessi andare in un locale con musica a me più
congeniale e con il giusto livello di alcolici in corpo potrei anche farlo,
intanto mi alleno con questo testo figurato.
Le prime emittenti televisive a carattere musicale sono nate
in Italia a metà degli anni ’80 e sebbene i video che venivano trasmessi,
specialmente quelli degli anni precedenti, fossero semplici e privi degli
effetti speciali a cui siamo ora abituati, sono comunque rimasti impressi nella
memoria forse proprio perché l’offerta video musicale non era ridondante come
al giorno d’oggi.
La canzone cui faccio riferimento è “Da Ya Think I’m Sexy?”
di Rod Stewart e riguardando adesso il filmato mi fa quasi tenerezza, ma quando
lo vidi per la prima volta, complice l’età, l’effetto che mi fece fu ben
differente. E adesso non iniziate a fare calcoli, sapete bene che è
estremamente scortese fare riferimento all’età di una Regina!
Nel video un Rod Stewart molto giovane e molto in forma si
esibisce sul palco con la sua band, lui indossa pantaloni di pelle neri,
camicia nera e maglietta leopardata: look che catturò l’attenzione di una
Regina di Mirafiori ancora in erba. Nel filmato dell’esibizione dal vivo viene
inserita una clip in cui Rod Stewart in un locale affollato sta guardando se
stesso alla televisione, quando incrocia lo sguardo di una ragazza. Tra i due
inizia un intenso dialogo fatto di sguardi ed ammiccamenti che si conclude con
effusioni a casa davanti all’immancabile televisione che trasmette le immagini
del concerto.
Tutto qui, niente a che vedere con i video attuali dove
tutto è più esplicito, eppure ha una certa carica erotica sottintesa che
all’epoca non mi lasciò indifferente.
Stavo entrando in quella fase della vita in cui gli ormoni comandano su
tutto e dopo essere rimasta rapita a guardare quel filmato mi resi conto che
l’infanzia era finita.
Ho riletto il romanzo “Il
Ragazzo Sbagliato” di Will Russell.
Protagonista è Raymond Marks, un ragazzino inglese che,
vittima del pregiudizio e della superficialità degli adulti, a causa di
malintesi e incomprensioni finisce preda di un vortice di solitudine ed
emarginazione, in caduta libera verso un futuro di pazzia ed ospedale
psichiatrico; il riscatto e la salvezza, insieme alla presa di coscienza di sé,
avvengono grazie alla musica e alla passione per gli Smiths e Morrissey in
particolare.
Il resoconto dei fatti avvenuti
nel passato si alterna agli stati d’animo del presente e le riflessioni
sull'amore per il suo idolo portano Raymond a ritrovare sé stesso; la
particolarità del romanzo è che le vicende vengono raccontate dal protagonista
in una serie di lettere (scritte sul quaderno e forse mai spedite) rivolte
direttamente a Morrissey: una corrispondenza del genere non si potrebbe
rivolgere a nessun altro, questo è il vero colpo di genio del libro!
Mi ha colpito molto la frase con
cui Raymond, in un gioioso momento di confidenza e condivisione con la madre,
descrive il suo idolo: “...lui è così, è un poeta, quindi è capace di
esprimere i pensieri della gente...”. Mi piace questa frase, riassume così
bene il senso di tutto. Anch'io trovo che le parole di Morrissey arrivino
dritte al cuore per dire qualcosa che sai essere presente dentro di te, che
provi anche tu e che forse non riesci ad esprimere. Quando ascolti certe
canzoni, senti di non essere solo e capisci che il tuo essere diverso – nel
senso di non ordinario – è qualcosa di bello, di cui andare fieri, un valore
aggiunto in un mare di mediocrità.
In campo musicale ognuno ha i
propri beniamini, ma è innegabile che siano rari i personaggi oggetto di culto
nel modo in cui lo è Morrissey, tanto che ancora oggi c'è chi ama gli Smiths e rende
loro omaggio, ad esempio This Charming Charlie (Brown, altro
personaggio dolcemente malinconico): un sito dove le vignette dei Peanuts
“parlano” con le frasi estratte dai testi delle canzoni degli Smiths: un
delicato e delizioso omaggio ad entrambi.
E così, partendo dal romanzo, di
divagazione in divagazione, guarda dove sono andata a finire.
A ben guardare qualcosa di buono
nel natale c’è: il panettone e il pandoro, che in altri periodi dell’anno non
si trovano. Sono ancora deliziata da un pandoro farcito con lo zabaione
fatto-in-casa che ho mangiato sabato sera e questo stato di estasi gastronomica
mi ha ricordato che ho una ricettina da condividere.
Prima però devo illustrare il
contesto in cui ebbe origine questo piatto che al giorno d’oggi si potrebbe
definire fusion.
E' una giornata ormai svuotata
di significato religioso, non è nemmeno più una festa pagana, rimane solo
l'inutile farsa consumistica.
Il natale religioso non
mi interessa e mi limito semplicemente ad ignorarlo, mentre la ricorrenza
commercial-buonista… quella davvero la odio! Non posso limitarmi ad ignorare
quella giornata, perché già da novembre invade la vita con le luci, gli addobbi
e le pubblicità di panettoni e mano a mano che i giorni passano, la semplice
indifferenza si tramuta in repulsione e odio per questa apoteosi di sperpero
camuffata con i lustrini rossi.
Il natale è la massima
espressione del consumismo che avvelena i nostri tempi: devi spendere, sei un
consumatore quindi devi consumare e in questo periodo lo devi fare ancora più
del solito; non a caso per questa ricorrenza è stata concepita tutta una serie
di inutili oggetti, addobbi e cianfrusaglie varie per adempiere al proprio
dovere.
Come se ciò non bastasse si
deve anche assistere al festival del buonismo con le assillanti pubblicità delle
famiglie perfette tutte panettoni e cocacola (è risaputo che Babbo natale altro
non è che una bottiglietta di cocacola vestita da anziano) e gli immancabili
film polpettoni con lieto fine assicurato che vengono proposti in questo
periodo.
Ma la
cosa che più mi infastidisce è l’atteggiamento di certe persone (soprattutto in
ambito lavorativo) che ti ignorano per tutto l’anno e poi a dicembre sentono
l’impellente necessità di farti gli auguri ogni volta che ti incontrano,
pronunciando la fatidica frase: “Se non ci vediamo più ti faccio gli
auguri”. E allora?!? Se non ci consideriamo per tutto l’anno farà lo stesso
anche se non ci vediamo più prima di natale. Quel “più” poi… mi inquieta, mi fa
venire voglia di fare gli scongiuri e rispondere: “Se non ci vediamo più
speriamo sia per colpa tua”.
Mi tolgo subito il pensiero della conclusione dicendo che è
uno dei più bei libri che abbia mai letto, di quelli che ti riconciliano con il piacere della lettura e che conducono la fantasia al galoppo.
In questo romanzo non vengono narrati grandi fatti o
avvenimenti, ma sono descritti minuziosamente i personaggi dai nomi fantasiosi,
le loro piccole vicende quotidiane e l’ambiente che li circonda. Lo scenario
ruota intorno al castello con le sue mura e le montagne che lo circondano e lo
isolano, la vita si svolge tra i labirinti e le ferree e immutabili tradizioni
tramandate nei secoli.
Per certi versi potrebbe far pensare al Castello di Kafka
perché tutto si svolge in un microcosmo isolato e fuori dal tempo, mosso da
regole incomprensibili, ma qui il senso dell’assurdo non diventa mai
opprimente, anche grazie alla narrazione molto poetica. L’autore era anche
disegnatore e il suo stile letterario è illustrativo, le descrizioni – in
particolare della natura e degli eventi atmosferici - non sono mai noiose o
superflue ma evocano immagini e stimolano la fantasia del lettore.